di Cristina Montesi

L’Economia Civile è quel filone di pensiero economico, tutto italiano, riscoperto dal Prof.S.Zamagni, dal Prof.L.Bruni, dal Prof.L.Becchetti, che enfatizza il ruolo che la “città” svolge per la nascita ed il funzionamento del mercato che è incastonato in essa (di qui la denominazione  “Economia Civile”), discostandosi dalla visione dell’economia tradizionale che concepisce i mercati come entità autonome ed astratte avulse dalla società. Per “città” si intende metaforicamente il cosidetto capitale sociale, ovvero l’insieme di relazioni che si instaurano tra persone che hanno la caratteristica di aumentare il grado di fiducia esistente tra le stesse e che connotano stabilmente una data comunità all’insegna della coesione sociale.  Il capitale sociale non è generato da relazioni impersonali, strumentali ed anaffettive come quelle di mercato, ma da fratellanza, ovvero da relazioni sociali identitarie, disinteressate, empatiche come quelle che caratterizzano i beni relazionali (amicizia, amore, partecipazione attiva alla vita comunitaria e politica) . Va anche rimarcato che i beni relazionali si cementano attraverso un tipo particolare di dono, quello effettuato all’insegna della reciprocità.
I beni relazionali producono il capitale sociale, il capitale sociale rende a sua volta possibile la nascita del mercato, permette un suo più fluido funzionamento, previene addirittura i suoi fallimenti. La fiducia è infatti una risorsa molto importante perché essa favorisce l’azione collettiva, in molteplici campi di attività, per un fine condiviso. La fiducia è dunque un ingrediente indispensabile della collaborazione, anche in campo economico (sia che si tratti di produzione che di consumo congiunto). Ecco perché l’Economia Civile è alla base dell’Economia della collaborazione, un nuovo paradigma economico che si va gradualmente affermando accanto al capitalismo patrimoniale-finanziario che è comunque ancora dominante. Essa si basa sulla condivisione tra persone,  facilitata dal supporto dell’“Internet delle cose”, di alcune categorie di beni, che si trasformano per questo motivo da “beni privati” a beni comuni, con il  passaggio epocale, secondo J.Rifkin, “dal possesso all’accesso”.
La condivisione, se si vuole evitare la “tragedia dei beni comuni” (congestione, conflitto, ipersfruttamento, degrado, distruzione, mancato contributo alla manutenzione del bene consumato simultaneamente da più persone), ha bisogno di una collaborazione leale tra persone. La “Sharing Economy” (economia della condivisione) si fonda quindi sui beni comuni collaborativi. Entrano paradossalmente in gioco tutti quegli elementi (i beni relazionali, la fiducia negli altri, l’altruismo reciproco e generalizzato, il valore di legame) che sono stati espulsi dalla teoria economica neoclassica, basata sull’archetipo dell’“Homo oeconomicus”, irrealisticamente ritratto come un agente soltanto razionale, individualista (refrattario alle relazioni personali ed empatiche) ed egoista (massimizzatore della utilità individuale). Ma in aggiunta ad una diversa antropologia economica, l’autogoverno democratico dei beni comuni collaborativi, come ci ha insegnato Elinor Ostrom, ha anche bisogno per funzionare di regole formali (che non confliggano con le norme legali già in vigore che andrebbero aggiornate alla luce dell’innovazione tecnologica recentemente occorsa), di meccanismi di monitoraggio, di sanzioni, di ricorso alla costruzione reputazione.
I vantaggi della “Sharing Economy”, se realizzata correttamente, sono schematicamente riassumibili in: risparmio di denaro, spazio e tempo; possibilità di fare nuove amicizie; esercizio di “cittadinanza attiva”; aumento dell’efficienza dell’uso di un prodotto; riduzione degli sprechi; messa in circolo di risorse inutilizzate; riduzione dell’inquinamento; creazione di opportunità di lavoro.
Le forme della “Sharing Economy” sono quattro: il consumo collaborativo (si pensi all’esperienza di BlaBlaCar o di Uber nel campo del car-sharing; di Airbnb nel campo degli alloggi da affittare; del Co-Housing nel campo dell’abitare; di Gnammo nel campo del “social eating”;); la produzione collaborativa (è questo il caso ad esempio dei Fabrication Laboratory), l’apprendimento collaborativo (Wikipedia o i Massive Open Online Course), la finanza collaborativa (il Crowdfunding in tutte le sue diverse articolazioni). Bisogna osservare che, nelle diverse forme di “Sharing Economy”, la condivisione di beni può avvenire a titolo completamente gratuito mediante rapporto personale o mediante l’aiuto delle Social Networking Technologies oppure a titolo oneroso tramite l’intermediazione di piattaforme digitali gestite da organizzazioni sia non profit che profit (con la nascita in quest’ultimo caso di grandi imprese capitalistiche, con tendenze monopolistiche, che si stanno dimostrando poco “responsabili” specialmente dal punto di sociale) .
Vi sono anche altri aspetti controversi e problematici nella “Sharing Economy” oltre al pericolo della nascita di monopoli e di nuove forme di sfruttamento del lavoro collegate ad essi. Sul fronte sociale si evidenzia che alcuni gruppi sociali (caratterizzati da basso livello di reddito e di istruzione, esclusione sociale, digital divide) hanno maggiori difficoltà ad accedere alla “Sharing Economy” con il rischio che essa diventi una fonte di perpetuazione di discriminazione e segregazione. Si deve altresì notare che, specialmente nelle esperienze di Sharing Economy di tipo profit, la fiducia che entra in circolazione, in incontri principalmente occasionali, è più di tipo generalizzato (“fiducia di sistema”) che non personale e quindi meno foriera di instaurazione di legami sociali significativi come sottoprodotto della condivisione di un bene o di un servizio.
Dal punto di vista economico vi sono alcuni aspetti inerenti la “Share Economy” ancora da disciplinare dal punto di vista normativo come le tassazioni ed i regimi di responsabilità; i diritti dei lavoratori, non sindacalizzati, che sono impiegati in forme di lavoro individuali, flessibili ed occasionali; la concorrenza sleale che può innescarsi tra imprese già presenti in un settore e nuove imprese che connettono tramite applicazioni informatiche domanda ed offerta di servizi (vedi il caso di Uber Pop, un servizio fornito dalla società Uber,  inibito in Italia, Germania, Francia e Belgio, che metteva in comunicazione, grazie ad una infrastruttura on line per smartphone e tablet, passeggeri richiedenti un servizio di mobilità urbana con autisti non professionisti che entravano così in concorrenza con i taxisti muniti di regolare licenza).
La sfida per la regolamentazione pubblica è quindi aperta, tenuto anche conto della necessità da un lato di uniformare la disciplina dell’Economia della collaborazione nei diversi paesi dell’Unione Europea, dall’altro di non burocratizzare eccessivamente quelle forme più fluide, informali, ma a più alto contenuto sociale, di “Sharing Economy”, imponendo obblighi eccessivi ai quei privati che forniscono servizi solo occasionalmente e non su larga scala.
A tal riguardo la Commissione europea ha recentemente presentato degli orientamenti giuridici rivolti alle autorità pubbliche e agli operatori del mercato in tema di Economia della collaborazione finalizzati alla protezione dei consumatori, alla tutela dei lavoratori, alla garanzia del rispetto dell’equità in materia fiscale, alla tutela della concorrenza (vedi la Comunicazione relativa a "Un'agenda europea per l'economia collaborativa").

 

Suggerimenti per la lettura

Becchetti L., Wikieconomia. Manifesto dell’economia civile, Il Mulino, Bologna 2014.
Becchetti  L., Capire l’economia in 7 passi. Persone, mercati e benessere, Minimum Fax, Roma, 2016.
Bruni L., Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, Città Nuova, Roma 2012.
Bruni L.- Zamagni S., L’Economia Civile. Un’Altra idea del mercato, Il Mulino, Bologna 2015.
Cacciari P. (a cura di), La società dei beni comuni, Ediesse, Roma 2010.
Grasselli P. (a cura di), Idee e metodi per il bene comune, Franco Angeli, Milano 2009.
Marella M.R., Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni, Ombre Corte, Verona 2012.
Mattei U., Beni comuni. Un Manifesto, Laterza, Roma-Bari 2011.
Montesi C., I beni comuni al crocevia tra simpatia per il prossimo ed interesse personale, in Annali della Fondazione Basso 2010-2012/7, “Tempo di beni comuni. Studi multidisciplinari”, Ediesse Roma 2013, pp.217-255.
Montesi C., Il Paradigma dell’Economia Civile. Radici storiche e nuovi orizzonti, Umbria Volontariato Edizioni, Terni 2016.
Natoli S., Il buon uso del mondo, Mondadori, Milano 2010.
Ostrom E., Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia 2006.
Pennacchi L., Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli, Roma 2012.
Petrella R., Res publica e beni comuni. Pensare le rivoluzioni del XXI secolo, “I quaderni del vivere insieme”, stampato in proprio, 2010.
Pulcini E.- Guenzi P.D., Bene Comune e Beni Comuni, Edizioni Messaggero, Padova 2015.
Rifkin J., L’era dell’accesso, Mondadori, Milano 2000.
Rifkin J., La società a costo marginale zero, Mondadori, Milano 2014.
Sacconi L.- Ottone S., Beni comuni e cooperazione, Il Mulino, Bologna 2015.
Viale G., Virtù che cambiano il mondo. Partecipazione e conflitto per i beni comuni, Feltrinelli, Milano 2013.
Zamagni S., L’economia del bene comune, Città Nuova, Roma 2007.
Zamagni S., «Beni Comuni e Economia Civile», in Sacconi L. - Ottone S. (a cura di), Beni comuni e cooperazione, Il Mulino, Bologna 2015, pp.51-80.