Dopo tre summit in un mese e tre giorni di trattative per assegnare le poltrone dei top job europei, i 28 stati membri sono riusciti a riempire le caselle e il Parlamento europeo ha mantenuto la sua prerogativa, eleggendo il suo presidente ed evitando che i capi di Stato e di governo arrivassero a indicare il nome di chi dovrà guidare l’assemblea di Strasburgo durante i cinque anni della nona legislatura. Tuttavia Merkel e Macron, davanti allo sbarramento dei leader popolari – specie quelli di Visegrad, con la sponda dell’Italia -, hanno dovuto fare marcia indietro sulla proposta messa a punto in base al sistema degli ‘Spitzenkandidaten’, i candidati di punta indicati dai gruppi politici Ue. La trattativa ha comunque avuto l’indubbio pregio di aver portato per la prima volta due donne a ricoprire le cariche apicali delle più importanti istituzioni Ue.
 
Ecco i profili, di chi guiderà l’Europa nei prossimi 5 anni, che abbiamo mutuato dallo European Data News Hub, il portale di informazioni sulla UE realizzato dalle principali agenzie di stampa europee:
 
Ursula von der Leyen – Presidente della Commissione Ue
Appassionata del sogno di un’Europa federale e fedelissima di Angela Merkel, che l’ha sempre voluta vicina nei suoi governi ma non le ha mai lasciato il posto. Una donna dal carattere di ferro, che da sei anni comanda a bacchetta generali ed ammiragli. Potrebbe essere racchiuso in poche parole il ritratto di Ursula von der Leyen, che lascerà il ministero della Difesa tedesca per assumere, prima donna nella storia, un altro comando: quello della Commissione europea. Sessantuno anni, di cui quattordici passati ininterrottamente da ministro della Cdu. Medico, di sangue blu (discende da un barone di Brema diventato ricco commerciando con la Russia alla fine dell’ottocento) e madre di sette figli nati in dodici anni dal matrimonio con un altro medico divenuto imprenditore. Decisamente europea, visto che è nata a Ixelles ed è cresciuta nella capitale dell’Europa, dove ha vissuto fino a 13 anni imparando, oltre al tedesco, il francese e l’inglese. Da studente a Londra dovette usare un nome falso: era in una lista di obiettivi di un’organizzazione terroristica tedesca del tempo. Politicamente, è figlia d’arte: suo padre, Ernst, è stato a lungo presidente del Land della Bassa Sassonia. Nella Cdu Ursula entra nel 1990. Dopo qualche esperienza locale, nel 2005 fa il grande salto nella politica nazionale: Merkel la sceglie come ministra per la Famiglia dal 2005 al 2009 (fu la madre dell’Elternzeit, il congedo parentale per i papà e la paladina della lotta alla pornografia online), per farla passare dal 2009 al 2013 alla guida del dicastero del Lavoro e gli Affari sociali. Infine approda, prima donna nella storia tedesca, al vertice del ministero della Difesa, dove i problemi non le sono mancati. Due anni fa fu al centro di uno scontro frontale con i vertici militari: in uno scandalo sulla presenza di militari filonazisti nella Bundeswehr, accusò i generali di “debolezza” nella conduzione dell’esercito ed annunciò una grande riforma delle forze armate chiedendo più investimenti per la difesa. Proprio dei giorni scorsi, poi, è una polemica sulle spese per i consulenti del ministero, con duri attacchi sulla stampa. Qualche problemino lo ha avuto anche per essere stata accusata nel 2015, come era accaduto per un altro ministro della Difesa tedesco, di aver copiato parte della tesi di laurea; ma alla fine, l’accusa è risultata infondata. In passato è stata candidata a segretario generale della Nato ma anche a presidente della Repubblica tedesca, al posto di Frank-Walter Steinmeier. Ma non era mai andata bene. Così come nella Cdu, dove alla fine la delfina designata da Merkel è stata Annegret Kramp-Karrembauer e non lei. Probabilmente perché, come dice un acuto osservatore, “è più amica della Merkel che della base del partito”, dove non sta simpatica a tutti e non gode di grande appoggio. A lei guardavano come una stella in discesa, ma alla fine il verso si è invertito. Di von der Leyen si conoscono poco le idee economiche, ma si è sempre detta una federalista convinta. “La mia aspirazione è arrivare agli Stati Uniti d’Europa: immagino l’Europa dei miei nipoti non come una unione sfilacciata di Stati intrappolati nei loro interessi nazionali”, ha affermato in un’intervista. E l’Italia? Con il nostro Paese fu al centro di una polemica sulla missione Sophia sul salvataggio dei migranti nel Mediterraneo: accusò Roma di averla sabotata. Dopodiché la Germania ha lasciato la missione.
 
Christine Lagarde – presidente della BCE
Un nome in grado di scompaginare i mercanteggiamenti politici a Bruxelles, mettendo spalle al muro chi avrebbe voluto un’Europa indebolita e invece si ritrova, alla guida della Bce, una personalità forte. E’ questo Christine Lagarde, l’asso nella manica nella partita stanca e avvilente sulle poltrone europee che si è succeduta per alcune settimane con cui il presidente francese, Emmanuel Macron, intende salvare il suo progetto di rilancio del progetto europeo mantenendo una Bce fulcro nevralgico delle riforme istituzionali e dell’economia dell’Eurozona. Sbarrando la strada al candidato tedesco Jens Weidmann e rendendo molto più facile ciò che non era scontato: continuità con l’impegno appena preso da Draghi a un ulteriore stimolo monetario, se necessario. La prossima presidente della Bce si è subito detta “onorata” della nomina, annunciando che abbandonerà da subito il ruolo di direttore generale dell’Fmi. E’ un avvocato francese classe 1956 che conosce bene tanto l’Europa quanto gli Usa (già con gli studi in Maryland a diciassette anni), forte di una lunga esperienza nel settore privato che l’ha portata alla presidenza del cda del maxi studio legale di Chicago Baker & McKenzie. Ma anche di una carriera robusta nelle istituzioni, iniziata nel 2005 come ministro nel governo Villepin (dapprima del Commercio estero, poi nel 2007 delle Finanze) e culminata nel 2011, in piena crisi finanziaria, con la nomina a capo del Fondo monetario internazionale dopo lo scandalo Strauss-Kahn: rinnovato l’incarico nel 2016, ora lascerà Washington con due anni di anticipo per andare a Francoforte a occupare la poltrona di Draghi. Un background legale, di fronte al quale qualcuno storcerà il naso visto che la Lagarde è chiamata a succedere ad una figura ingombrante come Draghi in una poltrona che richiede alte competenze tecniche. Una lacuna, però, che è compensata dalle doti personali: tutti le riconoscono talento, grinta, coraggio e franchezza. Numerosi sono stati i suoi richiami diretti tanto contro la guerra dei dazi innescata da Trump quanto sugli squilibri europei, dal debito italiano al surplus commerciale tedesco. Ha saputo gestire con fermezza e buonsenso la crisi argentina, è famosa per aver avvertito Hank Paulson, segretario del Tesoro Usa nel 2008, che senza un salvataggio di Lehman Brothers sarebbe successo un finimondo, come poi avvenuto. E nella crisi greca ha trasformato il Fmi in un’istituzione in grado di mediare abilmente: senza mai nascondere che il salvataggio non sarebbe andato da nessuna parte senza un taglio del debito. Ma, soprattutto, alla Lagarde non mancano il calibro internazionale e la capacità politica, i fattori che hanno fatto di Draghi una sorta di nume tutelare del futuro dell’Europa. Doti meno presenti in molti degli altri candidati per la Bce, e indispensabili in una fase in cui il rilancio delle istituzioni e dell’integrazione economica europea è sotto attacco (persino dagli Usa) e la leadership di Angela Merkel è in declino. E con un’economia indebolita, al punto che Draghi ha già impegnato la Bce, se necessario, persino a tagliare ulteriormente i tassi o riaprire i rubinetti del Qe.
 
David Sassoli – presidente del Parlamento europeo
Da volto familiare del TG1 a presidente del Parlamento europeo, quella di David Maria Sassoli – il secondo italiano dopo Tajani ad assumere questo incarico dal 1979 – è stata una vita divisa fra il giornalismo e la politica, a cavallo fra Firenze, Roma e Bruxelles. Nato nel capoluogo toscano il 30 maggio 1956, lo stesso anno di Christine Lagarde, la futura presidente della Bce, Sassoli ha frequentato l’Agesci, Associazione guide e scout cattolici italiani. Il padre era un parrocchiano di don Milani e lui ha cominciato fin da giovane a lavorare per piccoli giornali e in agenzie di stampa prima di passare a ‘Il Giorno’ e poi fare il grande salto in Rai. Fiorentino di nascita ma romano di adozione, diventa un volto noto alle famiglie italiane soprattutto per la sua conduzione del Tg della rete ammiraglia della Rai, di cui è stato anche vicedirettore durante l’era di Gianni Riotta. Una carriera che si chiude nel 2009, quando Sassoli decide di dedicarsi alla politica. Candidato come capolista del neonato Partito democratico nella circoscrizione Italia centrale, il nuovo presidente del Pe viene eletto la prima volta con oltre 400mila preferenze e, forte di questo successo, diventa subito il capo della delegazione del Pd al Parlamento europeo. Nel 2013 il tentativo di rientrare in Italia come sindaco di Roma si incaglia nelle primarie del Pd. Candidato in quota franceschiniana, Sassoli si piazza secondo, battendo il futuro presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ma ottenendo la metà dei voti di Ignazio Marino. Dopo un decennio passato fra i banchi di Bruxelles e Strasburgo, Sassoli – giunto alla sua terza legislatura – è uno degli eurodeputati più esperti. Nel 2014-2019 è stato vicepresidente per l’intero mandato, occupandosi soprattutto di trasporti (il cosiddetto terzo pacchetto ferroviario), politica euro-mediterranea e bilancio. Sposato e padre di due figli, tifoso della Fiorentina, Sassoli vive a Roma ma appena può va nella casa di Sutri, un delizioso paese medievale della Tuscia lungo la via Cassia, una trentina di chilometri a nord della capitale, per coltivare le sue passioni per il giardinaggio e le buone letture. Il suo mandato durerà due anni e mezzo, poi dovrebbe essere sostituito dal tedesco Manfred Weber. Se il patto fra i maggiori partiti europei reggerà fino ad allora.
 
Charles Michel – presidente del Consiglio europeo
Dopo Herman van Rompuy è il secondo belga a capo del Consiglio europeo in soli tre mandati, da quando è stata istituita la presidenza permanente. Liberale, la sua ‘missione’ sarà quella di garantire un’Europa “unita nel rispetto delle diversità nazionali. La solidarietà, la libertà e il rispetto reciproco sono i valori centrali dell’Ue e io li difenderò”. Lo ha twittato lo stesso Michel assicurando che svolgerà il suo nuovo incarico “con grande responsabilità e determinazione”.
Josep Borrell – Alto rappresentante per la politica estera Ue
Spagnolo, socialista, catalano ma contrario all’indipendenza della Catalogna, già presidente del Parlamento europeo e ministro degli Esteri nel governo di Pedro Sanchez.

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